domenica 5 settembre 2010

"Vaffa..". Si può?

da www.lastampa.it
La Cassazione riscrive
le regole del "vaffa..."

L'imputato: ormai è inoffensivo.
I giudici: dite «non infastidirmi»

FRANCESCA PACI
ROMA - Immaginate d’essere incompatibili con il collega con cui dividete la scrivania ma non le abitudini telefoniche. Avete o no il diritto di mandarvi a quel paese all’ennesimo battibecco su, poniamo, la chiamata oraria al partner tipo «mi pensi, quanto mi pensi»? Dipende dal contesto. Almeno a giudicare dalla Cassazione che ha confermato la multa per ingiuria comminata un anno fa a tal Giuseppe di Civitavecchia, reo d’aver troncato un diverbio con il socio Angelo con un sonoro «vaffa...».

Secondo la sentenza 30956 della Suprema Corte non c’è margine per il ricorso di Giuseppe che aveva accampato la neutralità del vocabolo «talmente d’uso comune d’aver perso la sua efficacia offensiva». Il motivo? Questione d’onore: «L'espressione proferita, brutalmente volgare, zittiva l'interlocutore, ridicolizzandolo e troncando perentoriamente ogni discussione. Lo scurrile e crudo frasario (...) attingeva l'interlocutore con virulenza demolitoria, vulnerandone il senso di dignità (...)». Vale a dire che le parolacce non sono tutte uguali né lo sono i loro destinatari. Tanto che nel 2007 gli stessi giudici riconobbero la «legittima difesa» di un politico di Giulianova Marche avvalsosi del «vaffa» contro le offese del vicesindaco durante un Consiglio comunale.

Nell’Italia che s’interroga sulla democraticità dei fischi al presidente del Senato Schifani, l’insulto è materia giuridica ma anche linguistica. Il «vaffa» rientra nell’articolo 594 del Codice penale, che punisce l’ingiuria, o va depenalizzato alla luce dello Zeitgeist, lo spirito informale del tempo? La Quinta sezione penale suggerisce d’affidarsi a «un ingiuriometro», sorta di metro delle situazioni, perché «la riaffermazione del senso definitorio della parola costituisce un'esigenza etica irrinunciabile». Sociologi e esperti di cultura pop replicano obiettando la volubilità del senso comune.

Un anno fa Vito Tartamella, caporedattore di Focus e autore del saggio «Parolacce», lanciò sul suo blog il «volgarometro», un’idea analoga a quella della Cassazione ma dagli esiti opposti. Sentite i risultati: «Nonostante le battaglie contro le discriminazioni, frocio e handicappato sono ancora considerati fra gli insulti più pesanti ma meno di mafioso, giudicato offensivo quanto stronzo». Nessuno ormai se la prende più tanto per «cornuto», spiega Tartamella. E il leggendario «vaffa»? «Ampiamente superato per potenza offensiva da “Ti venisse un cancro”».

Le parole sono importanti, urlava Nanni Moretti in una scena di «Palombella rossa». In Italia di sicuro. Perché la Corte d’appello di New York ha chiesto invece la moratoria delle volgarità dette in tv nelle ore di punta in nome del primo emendamento. Secondo i giudici di Piazza Cavour sarebbe bastato che l’imprecatore di Civitavecchia chiudesse la lite «con un’espressione tipo “non infastidirmi”». Avrebbe placato l’offeso Angelo. Ma la sua rabbia?

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