martedì 13 aprile 2010

I genitori di Chiara Poggi non si arrendono

da Corriere.it
L'INTERVISTA - I FAMILIARI DELLA RAGAZZA UCCISA A GARLASCO
«Per noi Alberto rimane l’assassino può scordarsi un riavvicinamento»
I genitori di Chiara: non ricorriamo in appello per poi stringergli la mano

GARLASCO—C’è un tempo per parlare e uno per tacere. Rita e Giuseppe Poggi si guardano impacciati, come se ciascuno suggerisse all’altro «comincia tu». «È arrivato il momento di farci sentire un pochino, ecco... » attacca lei.
È arrivato il tempo di parlare di Alberto, argomento finora taciuto con gli estranei. «Adesso basta» si lascia scappare Giuseppe. Accende una sigaretta. Ci sono «due cosette » che vorrebbe fossero chiare a tutti. «Tanto per cominciare va detto che per noi Alberto era e resta il colpevole dell’omicidio di Chiara».
«Colpevole», «responsabile». La parola «assassino» scappa una sola volta e sembra quasi avere un peso tutto suo, tanto grande da schiacciare il resto. È dura pensare che possa essere un assassino «il ragazzo che hai accolto in casa tua come un figlio». «Lacerante », ricorda Rita, ripensare a quanto si sentiva sicura sapendo che sua figlia, la sua amatissima Chiara, sarebbe stata più protetta dal mondo se fosse rimasta accanto a quel ragazzo mentre il resto della famiglia era in vacanza.
Tornarono di corsa, il pomeriggio di quel 13 agosto 2007. Chiara, 26 anni, era stata massacrata a colpi in testa. Alberto Stasi, il suo fidanzato, due anni meno di lei, l’aveva trovata sulle scale della cantina di casa Poggi.


«Quindi», Giuseppe riprende il filo dei suoi pensieri «sia chiaro che per noi la sentenza di assoluzione e le motivazioni non hanno cambiato nulla. Noi non abbiamo assolto Alberto anche se c’è chi tenta di far passare un messaggio diverso». Dice di essere saltato sulla sedia, in questi giorni, ogni volta che si è rivisto in televisione mentre davanti a un microfono diceva più o meno «per me non è stato lui, è innocente».
«È vero che ho detto quelle parole — se la prende — ma era il 14 agosto del 2007. Mi avevano appena ammazzato una figlia, quel giorno non sapevo nemmeno più da che parte voltarmi. Comunque non vorrei che si creassero equivoci. Lo dico una volta per tutte: su Alberto noi non la pensiamo più così da tempo. È stato un percorso travagliato, difficilissimo, graduale. Fra quelle parole e oggi c’è un abisso e noi ora siamo convinti del contrario».
Rita annuisce, corre col pensiero alla sera del sei aprile mentre guardava Alberto che parlava dallo schermo tivù, a Matrix, la trasmissione di Canale 5 alla quale ha concesso la sua prima intervista televisiva. «Diceva qualcosa tipo "adesso che le cose si sono chiarite". Non è così. Sbagliato. Non si è chiarito niente».


«Del resto chiunque può intuire che se non fossimo convinti di questo non faremmo appello» si sente di aggiungere suo marito accendendo un’altra sigaretta. Le «cosette » da dire non sono ancora finite. Giuseppe si toglie dalla scarpa un altro sassolino. È la sua risposta ad Alberto che nell’intervista tivù diceva di sperare in un riavvicinamento con la famiglia di Chiara. «Non ci sarà nessun riavvicinamento—taglia corto —. Lo escludo nel modo più assoluto. Perciò, per favore, meglio dimenticare questa strada e non cercarci più». «E poi non è vero, come dice lui, che noi abbiamo chiesto ad amici comuni come stava» chiude l’argomento Rita. «Mai fatto». Giuseppe prova a immaginare che cosa farebbe se domani incrociasse per caso Alberto. «Finora non è successo ma se capitasse cambierei strada e lo farei pure con i suoi genitori anche se capisco che loro non hanno nessuna colpa se le cose sono andate così».


Nel salotto dei Poggi c’è molta luce. Il sole che filtra dalle finestre illumina un nastro beige stretto in un fiocco davanti alla fotografia di Chiara, sempre quella: i suoi occhi azzurri che sorridono da un momento felice di chissà quale giorno d’estate. Anche il sole può riportare Rita a un ricordo che vorrebbe scacciare via. Come quei giorni assolati, subito dopo il delitto. «Io vedevo la luce entrare nella mia camera da letto e mi voltavo dall’altra parte. Facevo fatica ad alzarmi, a vivere. E perfino il sole in quei giorni mi sembrava un affronto perché Chiara non poteva più vederlo».
Poi il tempo passa, il dolore diventa compagno di ogni giornata. «Ogni volta che c’è qualcosa che ha a che fare con questa storia noi finiamo sotto i riflettori ed è come rivivere tutto daccapo. È un tormento. Sarebbe bello tornare all’anonimato, riprendere davvero, per quel che si può, la vita di prima». Lo dicono, i Poggi. E però sanno che il «caso Garlasco» sarà ancora lungo. Che dovranno affrontare il processo d’appello. Ancora una volta ricomincerà tutto daccapo. Con Alberto al loro fianco e nemmeno una parola o una stretta di mano. «Le due cose non possono stare assieme, è evidente. Non si può ricorrere in appello e nel frattempo stringere la mano al ragazzo accusato di aver ucciso tua figlia».


Stavolta è Giuseppe che ripesca dalla sua memoria un frammento dell’intervista di Alberto a Matrix: «A un certo punto gli è stato chiesto quale fosse stato per lui il momento peggiore. Mi sarei aspettato che parlasse di quando ha trovato sulle scale la mia ragazza, qui—sfiora con le dita la cornice con la foto di Chiara — e invece ha parlato si sé. Ha detto che il momento peggiore è stato quando l’hanno portato in carcere. Lui è qui a raccontarci quel momento. Chiara non c’è più».
In questi due anni e otto mesi senza Chiara Rita e Giuseppe hanno imparato come sono complicati i meccanismi della giustizia. Perizie, consulenze, interpretazioni l’una opposta all’altra. E poi le chat, le lettere, gli sms. Hanno letto ogni passaggio, i Poggi. «Specie le intercettazioni» dice Giuseppe. «E non ho letto da nessuna parte Alberto che esprime un pensiero o un ricordo di Chiara, nemmeno quando parla con i suoi amici. Non ho letto una sua frase in difesa di Chiara quando è stato gettato fango su di lei». Pausa. Gli occhi sono lucidi. Interviene Rita: «Ci hanno fatto molta impressione gli argomenti di quegli articoli che Chiara ha salvato sulla sua chiavetta. Pedofilia. Perché? E perché salvare quelle cose sui delitti irrisolti? Lei non si interessava di gialli, omicidi, cose di questo genere».
«Comunque», Giuseppe reprime le lacrime e riprende il suo discorso, «anche il giudice non dev’essere convinto dell’innocenza di Alberto altrimenti non lo avrebbe assolto con la formula dubitativa». «Formula dubitativa», cioè assoluzione con il secondo comma: via d’uscita giuridica per assolvere una persona quando la prova è «insufficiente » o «contraddittoria», come nel caso di Alberto. Hanno dovuto imparare anche questo, Rita e Giuseppe. Hanno imparato che un processo è un po’ una guerra: gli uni contro gli altri. Proprio loro che non hanno mai speso parole dure per nessuno, Alberto compreso... È il tempo di parlare, appunto. È il momento «di farsi sentire un pochino» come dice Rita. Perché dall’altra parte non pensino che la sentenza di primo grado basti a cancellare due anni e otto mesi di sofferenza. «Non ci fermeremo mai. La giustizia prima o poi arriverà». La voce di Giuseppe è di vetro. Ecco, adesso le «due cosette» sono finite. Anche il tempo per parlare è finito. Adesso resta solo il tempo che passa. E conta.

Giusi Fasano
(ha collaborato Erika Camasso)

Nessun commento: