mercoledì 28 aprile 2010

Tonici

Ore di attesa febbrile per la semifinale di ritorno di Champions tra Barcellona e Inter. Per non mancare alla cena indetta ad hoc da Mister Nonosoloaria, ho preso il giorno libero trascorso prima in agenzia di viaggi (prossima meta Vulcano) poi in palestra. L'ottimo Leo mi ha fatto un mazzo così. Ora sto cercando decifrare la tabella dei prossimi allenamenti con una sola certezza... ci sarà da soffrire (per fortuna purtroppo, come mi piace ripetere spesso).

Muore in auto, indagato l'amministratore delegato di Toyota Italia

da Repubblica.it
Incidente mortale: avviso di garanzia
per l'amministratore delegato di Toyota Italia

"E' un atto dovuto - ha spiegato il magistrato - e intendiamo procedere alla luce del sole per fare chiarezza sull'incidente che causò la morte della studentessa Chiara Lucetti"

Ora è ufficiale: dopo l'incidente mortale di una studentessa che, alla guida di una Toyota Aygo, il 24 gennaio scorso si schiantò contro un palo la procura di Massa Carrara ha aperto un'inchiesta. Un mese dopo l'incidente mortale il padre ricevette una lettera della Toyota in cui si invitava Chiara a recarsi dal concessionario per effettuare controlli alla sua Toyota Aygo in relazione ad un presunto difetto di fabbrica. Il padre presentò una denuncia alla procura massese e il sostituto procuratore Federico Manotti ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo.

Oggi il sostituto procuratore di Massa Carrara, Federico Manotti, ha iscritto nel registro degli indagati l'amministratore delegato di Toyota Italia: "E' un atto dovuto - ha spiegato il magistrato - e intendiamo procedere alla luce del sole per fare chiarezza sull'incidente che causò la morte della studentessa Chiara Lucetti. Ho nominato come consulente l'ingegner Claudio Ciccarelli di Genova per procedere ad una consulenza tecnica avente ad oggetto atti irripetibili a cui potranno partecipare le parti in causa".

Il pm Manotti ha inoltre spiegato che "il fascicolo sull'incidente non era stato ancora chiuso" e che "si è ora aperto un procedimento per omicidio colposo dopo che il padre della ragazza, Mario Lucetti, aveva presentato un esposto chiedendo chiarimenti sulla dinamica dopo che la Toyota gli aveva recapitato una lettera, un mese dopo l'incidente, in cui si invitava Chiara a recarsi ad un concessionario per fare delle verifiche per un presunto difetto di fabbrica".

"Dobbiamo ora capire se il difetto all'acceleratore sussiste realmente - ha detto il sostituto Manotti -. Faremo accertamenti su chi ha fabbricato l'auto e se sono stati eseguiti lavori di manutenzione ordinaria". La consulenza tecnica, a cui parteciperanno anche i consulenti di Toyota e della famiglia della ragazza morta, è attesa entro 90 giorni. L'auto è sotto sequestro.

martedì 20 aprile 2010

Ergastolo confermato per Olindo e Rosa

STRAGE DI ERBA
Corte d'appello, condanna confermata
"Ergastolo per Olindo Romano e Rosa Bazzi"

Azouz Marzouk: "Non esistono altri assassini. Ora, un futuro migliore". Mario Frigerio: "Non hanno mai avuto rispetto per le vittime". Carlo Castagna: "Spero che non siano concessi permessi"

MILANO - Cinque ore di camera di consiglio per arrivare al verdetto, pochi secondi per leggerlo. Così i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano confermano l'ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati in primo grado dalla Corte d'assise di Como per la strage di Erba, avvenuta l'11 dicembre 2006 e in cui furono assassinate quattro persone. La corte di secondo grado, presieduta da Maria Luisa Dameno, conferma anche i tre anni di isolamento diurno.

"Meglio di così non poteva andare - commenta il sostituto procuratore generale di Milano, Nunzia Gatto - con tutte quelle prove non poteva che finire in questo modo. C'erano oltre ottanta relazioni dal carcere. C'erano le confessioni, c'era la prova scientifica, c'era il sopravvissuto. Magari in tutti i processi che affronto avessi queste prove. Nella mia requisitoria ho detto che esistono persone crudeli, non necessariamente incapaci, e queste sono due persone crudeli che ne hanno uccise altre quattro".

Dopo la lettura della sentenza, Olindo e Rosa si sono abbracciati e lei è scoppiata a piangere. Lo ha riferito uno dei loro legali, Fabio Schembri, poco prima che la coppia, celata alla vista da uno schieramento di agenti della polizia penitenziaria, tornasse in carcere. "Nei loro confronti è stata emessa una sentenza di condanna ancora prima che fosse celebrata l'udienza preliminare", ha aggiunto, annunciando un ricorso in Cassazione.

Azouz Marzouk, che nell'eccidio perse il figlioletto di poco più di 2 anni e la moglie, risponde alle domande dei cronisti subito dopo il secondo verdetto. " Me l'aspettavo. Non mi aspettavo altre sentenze perché altri assassini non ci sono. Sono loro i colpevoli. Lo hanno capito anche questi giudici - dichiara Azouz, assistito dal legale Roberto Tropenscovino - la Corte d'Appello ha rigettato ben 6 istanze presentate dalle difese. Non potevano essere messe in dubbio le affermazioni di una persona per bene come Frigerio. Mi spiace solo che tutte le vittime sono state trattate male anche in questo appello (riferendosi alle argomentazioni utilizzate dai difensori degli imputati). Che cosa dire... va bene, alla fine ce l'abbiamo fatta. Ora credo che sia davvero calato il sipario su questa storia, e posso sperare, come tutti, in un futuro migliore".

Felicissimo Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage e, per questo, testimone chiave della vicenda. "Giustizia è fatta. Sono contentissimo - dice subito dopo il pronunciamento della corte - gli imputati non hanno mai avuto nessun rispetto per le vittime".

Infine Carlo Castagna, suocero di Azouz Marzouk, che nella strage perse la moglie, la figlia e il nipotino. "E' stato un processo eccezionalmente lungo, che non poteva che concludersi con una sentenza di condanna, nonostante la difesa le abbia tentate tutte. Ora spero che non siano concessi dei permessi a Rosa e Olindo".

lunedì 19 aprile 2010

Realtà

"Fingo che va sempre tutto bene, ma non lo penso in fondo"
(Tiromancino, Imparare dal vento)

sabato 17 aprile 2010

Libri del cuore

L'amica Elisa (http://gretaparlante.blogspot.com/) ha ragione quando scrive che nella vita non c'è bisogno solo di libri impegnati. La leggerezza porta spesso con sé "grandi verità", tanto per citarla.
"Quali sono i vostri libri del cuore?", chiede. Io, di getto, ho risposto così.

Del cuore?
Sicuramente Il Piacere di D'Annunzio, lo sto rileggendo per l'ennesima volta ed è sempre un brivido. Poi, cambiando genere, Manuale del perfetto single di Aldo Busi e lo Hobbit di Tolkien (accostamento ardito, ma quanti ricordi...).
Adoro poi, per stare sul leggero, i thriller di Michael Connelly. Infine, impossibile non citare Erba Rossa di Gianni Clerici, "un grande scrittore prestato allo sport" per dirla con le parole di Italo Calvino.

venerdì 16 aprile 2010

Zuffa tra colleghi, licenziamento illegittimo

da La Nuova Sardegna
CASSAZIONE: ZUFFA TRA COLLEGHI IN UFFICIO, NO LICENZIAMENTO
Non vanno incontro al licenziamento i dipendenti che, in ufficio, si lasciano andare a un litigio con un collega, fino ad azzuffarsi. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato un verdetto della Corte d'appello de L'Aquila che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento disposto da un'azienda nei confronti di due dipendenti, tra cui era scoppiata una baruffa . (AGI)

martedì 13 aprile 2010

I genitori di Chiara Poggi non si arrendono

da Corriere.it
L'INTERVISTA - I FAMILIARI DELLA RAGAZZA UCCISA A GARLASCO
«Per noi Alberto rimane l’assassino può scordarsi un riavvicinamento»
I genitori di Chiara: non ricorriamo in appello per poi stringergli la mano

GARLASCO—C’è un tempo per parlare e uno per tacere. Rita e Giuseppe Poggi si guardano impacciati, come se ciascuno suggerisse all’altro «comincia tu». «È arrivato il momento di farci sentire un pochino, ecco... » attacca lei.
È arrivato il tempo di parlare di Alberto, argomento finora taciuto con gli estranei. «Adesso basta» si lascia scappare Giuseppe. Accende una sigaretta. Ci sono «due cosette » che vorrebbe fossero chiare a tutti. «Tanto per cominciare va detto che per noi Alberto era e resta il colpevole dell’omicidio di Chiara».
«Colpevole», «responsabile». La parola «assassino» scappa una sola volta e sembra quasi avere un peso tutto suo, tanto grande da schiacciare il resto. È dura pensare che possa essere un assassino «il ragazzo che hai accolto in casa tua come un figlio». «Lacerante », ricorda Rita, ripensare a quanto si sentiva sicura sapendo che sua figlia, la sua amatissima Chiara, sarebbe stata più protetta dal mondo se fosse rimasta accanto a quel ragazzo mentre il resto della famiglia era in vacanza.
Tornarono di corsa, il pomeriggio di quel 13 agosto 2007. Chiara, 26 anni, era stata massacrata a colpi in testa. Alberto Stasi, il suo fidanzato, due anni meno di lei, l’aveva trovata sulle scale della cantina di casa Poggi.


«Quindi», Giuseppe riprende il filo dei suoi pensieri «sia chiaro che per noi la sentenza di assoluzione e le motivazioni non hanno cambiato nulla. Noi non abbiamo assolto Alberto anche se c’è chi tenta di far passare un messaggio diverso». Dice di essere saltato sulla sedia, in questi giorni, ogni volta che si è rivisto in televisione mentre davanti a un microfono diceva più o meno «per me non è stato lui, è innocente».
«È vero che ho detto quelle parole — se la prende — ma era il 14 agosto del 2007. Mi avevano appena ammazzato una figlia, quel giorno non sapevo nemmeno più da che parte voltarmi. Comunque non vorrei che si creassero equivoci. Lo dico una volta per tutte: su Alberto noi non la pensiamo più così da tempo. È stato un percorso travagliato, difficilissimo, graduale. Fra quelle parole e oggi c’è un abisso e noi ora siamo convinti del contrario».
Rita annuisce, corre col pensiero alla sera del sei aprile mentre guardava Alberto che parlava dallo schermo tivù, a Matrix, la trasmissione di Canale 5 alla quale ha concesso la sua prima intervista televisiva. «Diceva qualcosa tipo "adesso che le cose si sono chiarite". Non è così. Sbagliato. Non si è chiarito niente».


«Del resto chiunque può intuire che se non fossimo convinti di questo non faremmo appello» si sente di aggiungere suo marito accendendo un’altra sigaretta. Le «cosette » da dire non sono ancora finite. Giuseppe si toglie dalla scarpa un altro sassolino. È la sua risposta ad Alberto che nell’intervista tivù diceva di sperare in un riavvicinamento con la famiglia di Chiara. «Non ci sarà nessun riavvicinamento—taglia corto —. Lo escludo nel modo più assoluto. Perciò, per favore, meglio dimenticare questa strada e non cercarci più». «E poi non è vero, come dice lui, che noi abbiamo chiesto ad amici comuni come stava» chiude l’argomento Rita. «Mai fatto». Giuseppe prova a immaginare che cosa farebbe se domani incrociasse per caso Alberto. «Finora non è successo ma se capitasse cambierei strada e lo farei pure con i suoi genitori anche se capisco che loro non hanno nessuna colpa se le cose sono andate così».


Nel salotto dei Poggi c’è molta luce. Il sole che filtra dalle finestre illumina un nastro beige stretto in un fiocco davanti alla fotografia di Chiara, sempre quella: i suoi occhi azzurri che sorridono da un momento felice di chissà quale giorno d’estate. Anche il sole può riportare Rita a un ricordo che vorrebbe scacciare via. Come quei giorni assolati, subito dopo il delitto. «Io vedevo la luce entrare nella mia camera da letto e mi voltavo dall’altra parte. Facevo fatica ad alzarmi, a vivere. E perfino il sole in quei giorni mi sembrava un affronto perché Chiara non poteva più vederlo».
Poi il tempo passa, il dolore diventa compagno di ogni giornata. «Ogni volta che c’è qualcosa che ha a che fare con questa storia noi finiamo sotto i riflettori ed è come rivivere tutto daccapo. È un tormento. Sarebbe bello tornare all’anonimato, riprendere davvero, per quel che si può, la vita di prima». Lo dicono, i Poggi. E però sanno che il «caso Garlasco» sarà ancora lungo. Che dovranno affrontare il processo d’appello. Ancora una volta ricomincerà tutto daccapo. Con Alberto al loro fianco e nemmeno una parola o una stretta di mano. «Le due cose non possono stare assieme, è evidente. Non si può ricorrere in appello e nel frattempo stringere la mano al ragazzo accusato di aver ucciso tua figlia».


Stavolta è Giuseppe che ripesca dalla sua memoria un frammento dell’intervista di Alberto a Matrix: «A un certo punto gli è stato chiesto quale fosse stato per lui il momento peggiore. Mi sarei aspettato che parlasse di quando ha trovato sulle scale la mia ragazza, qui—sfiora con le dita la cornice con la foto di Chiara — e invece ha parlato si sé. Ha detto che il momento peggiore è stato quando l’hanno portato in carcere. Lui è qui a raccontarci quel momento. Chiara non c’è più».
In questi due anni e otto mesi senza Chiara Rita e Giuseppe hanno imparato come sono complicati i meccanismi della giustizia. Perizie, consulenze, interpretazioni l’una opposta all’altra. E poi le chat, le lettere, gli sms. Hanno letto ogni passaggio, i Poggi. «Specie le intercettazioni» dice Giuseppe. «E non ho letto da nessuna parte Alberto che esprime un pensiero o un ricordo di Chiara, nemmeno quando parla con i suoi amici. Non ho letto una sua frase in difesa di Chiara quando è stato gettato fango su di lei». Pausa. Gli occhi sono lucidi. Interviene Rita: «Ci hanno fatto molta impressione gli argomenti di quegli articoli che Chiara ha salvato sulla sua chiavetta. Pedofilia. Perché? E perché salvare quelle cose sui delitti irrisolti? Lei non si interessava di gialli, omicidi, cose di questo genere».
«Comunque», Giuseppe reprime le lacrime e riprende il suo discorso, «anche il giudice non dev’essere convinto dell’innocenza di Alberto altrimenti non lo avrebbe assolto con la formula dubitativa». «Formula dubitativa», cioè assoluzione con il secondo comma: via d’uscita giuridica per assolvere una persona quando la prova è «insufficiente » o «contraddittoria», come nel caso di Alberto. Hanno dovuto imparare anche questo, Rita e Giuseppe. Hanno imparato che un processo è un po’ una guerra: gli uni contro gli altri. Proprio loro che non hanno mai speso parole dure per nessuno, Alberto compreso... È il tempo di parlare, appunto. È il momento «di farsi sentire un pochino» come dice Rita. Perché dall’altra parte non pensino che la sentenza di primo grado basti a cancellare due anni e otto mesi di sofferenza. «Non ci fermeremo mai. La giustizia prima o poi arriverà». La voce di Giuseppe è di vetro. Ecco, adesso le «due cosette» sono finite. Anche il tempo per parlare è finito. Adesso resta solo il tempo che passa. E conta.

Giusi Fasano
(ha collaborato Erika Camasso)

Cento giorni

Una delle mie preferite. Mi ricorda gli anni Sessanta, che purtroppo non ho vissuto, e mi ricorda il mare, la Versilia.

domenica 11 aprile 2010

Ici la côte

Da alcune settimane mi viene chiesto perché non aggiorno più il blog. Nessuna presa di posizione, per la verità, ma batterie terribilmente scariche quando il pendolo scandisce l'ora dello svago.
Sta per iniziare l'ennesima giornata di corsa, con le gambe in spalla; ma questa mattina mi sono goduto colazione e lettura dei giornali nella mia casa di Bagnolo. Non capitava da un sacco di tempo. Ho scartato anche Vanity Fair, curioso come sempre di leggere le rubriche preferite. Su tutte, con Mina, "Ici la côte" di Ljuba Rizzoli, da Montecarlo. Elegante, divina e leggera anche quando racconta lussi e sprechi. Poi è arrivata la telefonata, a conferma di uno spunto interessante... e la corsa riprende.

Nei giorni scorsi è passata in redazione Elisa Borciani. Abbiamo iniziato insieme al Carlino, la conosco dai tempi del liceo. Sta per arrivare nelle librerie il suo primo romanzo, Greta Parlante (edizioni Pendragon), scritto per curiosità, gioco e scommessa - mi ha spiegato - nei ritagli di tempo e ora splendido con la sua copertina, pronto per essere letto. Brava. Penso così al sogno, ben chiuso nel mio cassetto, di scrivere un romanzo giallo dove permeare vita, esperienza giornalistica e fantasia. Penso anche ai capitoli, alle bozze, alle idee, disseminati qua e là nel mio computer. Appunti spesso notturni e nottambuli. Chissà, forse un giorno saranno pronti per essere letti.