lunedì 25 maggio 2009

Watergate, così il Nytimes perse lo scoop

da Corriere.it
IL GARANTE DEI LETTORI RACCONTA AL GRANDE PUBBLICO LE «MAGAGNE» DELLA REDAZIONE
Watergate, così il Nytimes perse lo scoop
Il quotidiano newyorkese lava i propri panni in pubblico: «I nostri giornalisti fanno notizia. Purtroppo»

NEW YORK - Due reporter del New York Times che erano venuti a conoscenza dello scandalo Watergate ben prima di Carl Bernstein e Bob Woodward raccontano di come il prestigiosissimo quotidiano si fece scippare dall’allora ben più modesto rivale lo scoop del secolo che portò alle dimissioni di Richard Nixon. E il garante dei lettori dello stesso Times - incaricato di vigilare sull’eticità interna della redazione - punta il dito contro tre superstar del suo giornale, accusandole di comportamenti antietici.

Nell’ultracompetitivo e spietato mondo dei media Usa le due notizie sarebbero passate quasi inosservate se a pubblicarle - e con grande enfasi - non fosse stato il diretto interessato: il New York Times, in una sorta di ciclico rituale di pubblico lavaggio dei propri panni sporchi che dimostra, ancora una volta, la grandezza autocritica della stampa americana. «E’ stata una settimana faticosa per noi poliziotti etici che cerchiamo di proteggere dall’interno l’integrità del New York Times», spiega dalla prestigiosa pagina dei commenti ed editoriali il garante dei lettori Clark Hoyt in un articolo intitolato «I nostri giornalisti fanno notizia. Purtroppo». Sottotitolo: «E all’esterno sono tutti pronti a saltare sulle trasgressioni dei giornalisti del Times». I giornalisti «denunciati» da Hoyt sono tre delle star più famose e meglio pagate d’America. Thomas Friedman, costretto a restituire 75.000 dollari intascati da una agenzia statale californiana per un discorso, in violazione al codice interno. Maureen Dowd, - già nella lista nera di Hoyt, in passato, per aver contribuito alla sconfitta elettorale di Hillary Clinton con i suoi editoriali sessisti – smascherata dal web dopo aver copiato un intero paragrafo di 42 parole da un blogger, senza attribuzione (migliaia di lettori indignati hanno scritto a Hoyt, chiedendone il licenziamento). E infine Edmund Andrews, l’influente reporter economico beccato in castagna a causa di una recente biografia in cui racconta di aver fatto un mutuo subprime, sapendo benissimo che non avrebbe mai potuto ripagarlo, proprio mentre scriveva quotidianamente di questo tema sulle pagine di business del Times. Offrendo consigli e suggerimenti al governo Usa su come aiutare i proprietari come lui a rischio di inadempienza».

Ed è ancora il Times, proprio oggi, a raccontare di come nel 72 si fece scappare lo scoop del secolo, finito nelle mani di Robert Smith e Robert Phelps, i suoi due ex giornalisti che ne parlano in un libro di memorie appena pubblicato in America. Ben prima di Bernstein e Woodward i due avevano ricevuto informazioni sullo scandalo ma non ne scrissero mai. »Lo scoop era stato passato a Smith dal direttore dell'Fbi Patrick Gray», scrive il Times. Avendo deciso di dare le dimissioni dal giornale per tornare all'università di Yale, Smith trasmise tutte le informazioni al collega Phelps, il quale di lì a poco lasciò a sua volta il giornale per un mese di vacanza in Alaska. Il risultato fu che il New York Times non arrivò a pubblicare lo scoop e fu battuto dal Washington Post di Woodward e Bernstein, che l’avevano appreso dalla gola profonda Mark Felt, all'epoca il numero due del direttore dell'Fbi Patrick Gray, la fonte di Smith.
Alessandra Farkas

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