venerdì 29 maggio 2009

Corazzati per affrontare la morte?

Oggi un'amica mi ha fatto riflettere (credo involontariamente) su un argomento che (consapevolmente) tendo a non affrontare mai nei lunghi monologhi con me stesso: scrivere sempre di morti, tragedie, violenze, fa perdere il contatto con la realtà? rende aridi e anaffettivi?

In tutti questi anni credo di avere individuato il momento del distacco. Il punto di non ritorno. Ricordo come se fosse ieri le lacrime (le prime, quelle che non si dimenticano) e la promessa fatta a me stesso uscendo dalla porta di una casetta di Marola, sulle nostre montagne, dove due anziani genitori stavano dicendo addio alla figlia infermiera, morta nell'incendio della finta casa di riposo dove lavorava (indagine ancora in corso... mah) per salvare alcune anziane ospiti.

Ripenso a quel momento tutte le volte che ho a che fare con la morte. E nel rispetto di quella promessa indosso la corazza e affronto il dolore.

3 commenti:

fra.ste. ha detto...

Credo che la consuetudine con le cose generalmente considerate le più tristi (o le peggiori) non renda aridi o anaffettivi (ottima scelta di attributo!); piuttosto è un privilegio; permette, infatti, di considerarle per ciò che invero sono, cioè dei semplici fatti umani.

Carlo ha detto...

Concordo in pieno: è, se mai, la rimozione abitualmente operata dalla nostra cultura a indirizzarci verso risposte iperaffettive.

fra.ste. ha detto...

Carlo, non ti dico nulla di nuovo se affermo quanto mi faccia piacere che una persona colta ed intelligente come te condivida ciò che penso! Grazie!