giovedì 26 febbraio 2009

Rizzoli, cancellata la condanna per bancarotta

da Corriere.it
ERA STATO CONDANNATO, CON PENA CONDONATA, A TRE ANNI E QUATTRO MESI DI RECLUSIONE
Rizzoli: «Dopo 26 anni esco pulito»
Cancellata condanna per bancarotta

L'ex editore del Corriere della Sera: «Chiederò il risarcimento degli immensi danni patiti allo Stato»

ROMA - Le sezioni unite penali della Cassazione hanno accolto il ricorso dell'ex editore del «Corriere della Sera» Angelo Rizzoli contro la decisione del Tribunale di Milano, del 20 novembre 2007, di non revocargli la sentenza di condanna per la bancarotta del gruppo, che era stato posto in precedenza in amministrazione controllata. Ad avviso dei supremi giudici le norme che hanno modificato i reati societari hanno abolito il reato per il quale Rizzoli era stato condannato, con pena condonata, a tre anni e quattro mesi di reclusione.

BANCAROTTA CANCELLATA - Le sezioni unite e penali della Suprema Corte hanno infatti dichiarato che tale reato è stato abolito con l'entrata in vigore della riforma delle procedure concorsuali (decreto legislativo n. 5/2006), che ha abrogato l'ipotesi di bancarotta patrimoniale societaria nell'amministrazione controllata. Rizzoli è stato difeso in Cassazione da Tullio Padovani, Giuliano Pisapia e Grazia Volo. Entro 30 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza.

LA REAZIONE - «Non ne posso più di questa vicenda che mi ha stremato e ha spezzato in due la mia vita: per 26 anni mi sono portato dietro il marchio del bancarottiere e del truffatore ed ora si scopre che è tutto fumo»: questo il commento dell'ex editore del Corriere della Sera Angelo Rizzoli (65 anni) alla decisione della Cassazione. «La storia si chiude qui - aggiunge - esco pulito e scagionato da ogni accusa. Chiederò il risarcimento degli immensi danni patiti allo Stato e a chi ha sfruttato la mia vicenda per trarne profitto». «Mi sono appellato alla Suprema Corte - spiega Rizzoli, che oggi è un produttore cinematografico e televisivo - per salvaguardare il mio nome e la mia reputazione e sono andato avanti per far accertare che non c'è mai stata alcuna bancarotta. Le scappatoie non mi hanno mai interessato. La mia pena era stata interamente condonata, ma volevo uscire a testa alta dai processi che hanno rovinato la mia vita». Rizzoli, arrestato quando aveva 39 anni, ha passato 13 mesi in carcere nonostante la sclerosi multipla che lo affligge. «Questa - conclude - è la sesta assoluzione, adesso basta!».

LA VICENDA - Rizzoli era finito sotto processo perché, in qualità di vicepresidente ed amministratore delegato della Rizzoli Editore Spa, posta in amministrazione controllata dal tribunale di Milano nel 1982, aveva, secondo l'accusa, «occultato, dissipato e comunque distratto dalla loro destinazione alla gestione societaria beni sociali e, in particolare, somme per un ammontare complessivo di 85 miliardi e 236 milioni di lire circa e 3.150.000 dollari Usa», nonchè per avere «esposto fraudolentemente, nelle comunicazioni sociali e, in specie, nei bilanci dal 1976 al 1982 fatti non rispondenti al vero sulle condizioni economiche della società». Inoltre, era stato accusato anche di falso in bilancio, quale presidente della Rizzoli Finanziaria. In primo grado, il tribunale di Milano, il 15 giugno 1993, con rito abbreviato, lo aveva condannato a 7 anni e 6 mesi, mentre in appello, nel novembre 1997, la pena era stata ridotta a 3 anni e 4 mesi, poiché il reato di falso in bilancio era stato dichiarato prescritto. Tale sentenza era divenuta definitiva nell'aprile del 1998, ma dopo la riforma introdotta nel 2006 sulle procedure concorsuali, Rizzoli aveva chiesto, ma non ottenuto, dal tribunale milanese, la revoca della sentenza di condanna. La cassazione, invece, adesso ha accolto il suo ricorso: la prima sezione penale della suprema corte, aveva sollevato la questione davanti alle sezioni unite, chiedendo di chiarire «se, a seguito dell'espressa abrogazione della disposizione incriminatrice dettata dall'articolo 236, comma 2 numero 1 legge fallimentare, ad opera dell'articolo 147 del decreto legislativo numero 5 del 2006, per l'ipotesi di bancarotta patrimoniale e societaria nell'amministrazione controllata, si sia verificato un fenomeno di effettiva «abolitio criminis», ai fini della revoca della sentenza di condanna, ovvero di mera successione di fattispecie incriminatrici». I giudici delle sezioni unite penali hanno risolto la questione dichiarando che «si è verificata abolitio criminis».

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