mercoledì 25 giugno 2008

Severgnini da Kabul... imperdibile!

Imperdibile Severgnini!

Tra i nostri soldati
Quanti Italians a Kabul
Il tenente col sorriso da attore, il comandante dandy, le ragazze dell'ambasciata
KABUL - Parleremo di alpini educati, di ristoranti nel cemento armato, di negozi vuoti e ospedali vivaci, di pizze memorabili, di ravioli non male, di voli bassi sul verde e sul grigio, di muri di fango contro il vento e gli sguardi, di colonnelli piemontesi nelle shura degli anziani, di ubiqui reperti sovietici, del Serena Hotel che non è sereno per niente, di vernice bianca per segnalare i terreni sminati, di belle infermiere ceke, di cielo blu rotondo oltre la botola di un blindato, di odori asiatici e aria di montagna, di cappelli rotondi e occhi verdi, di cooperatori soli e testardi, di diffidenza afghana e distanza romana. Parleremo del rischio che qui, presto e tardi, ci considerino invasori - com'è accaduto in Iraq - e preferiscano le teste calde locali alle mani tese occidentali.
Prima, però, vorrei spiegare come sono finito da queste parti. Mi ha scritto, da Kabul, il professor M., e mi ha proposto di venire in Afghanistan per una Pizza Italians coi connazionali, in occasione della Festa della Repubblica. Voi capite che un invito così bello e illogico non si poteva rifiutare. Quindi: volo Emirates fino a Dubai, cambio terminal nella notte tiepida, volo Kam Air all'alba per Kabul. Poi, giornate piene e stupefatte. Ho visto posti strambi, nel mondo: ma questo li batte tutti.
Per esempio, non sono molte le città dove la nostra ambasciata spedisce per email queste raccomandazioni.
S'invitano i Connazionali a seguire le seguenti misure di sicurezza:
1. effettuare tutti gli spostamenti in macchina, evitare tragitti a piedi se non necessari; 2. tenere portiere e finestrini ben chiusi durante gli spostamenti; 3. essere in grado di riconoscere con precisione l'area in cui ci si muove; 4. prestare particolare attenzione a veicoli con vetri oscurati e senza targa; 5. prestare particolare attenzione al momento dell'arrivo presso i luoghi di lavoro o le abitazioni, perché facilmente sorvegliabili da parte di elementi ostili, anche in relazione a comportamenti/orari abitudinari; 6. assicurarsi, prima d'iniziare il movimento, di essere in grado di comunicare (batterie di telefonini e radio cariche, disponibilità di traffico telefonico); 7. evitare gli spostamenti non indispensabili durante le ore notturne; se proprio necessari effettuarli con almeno due macchine. 8. evitare le folle e gli assembramenti di persone; 9. mantenere, in generale, un atteggiamento di basso profilo.
Provo a tradurre. Il rischio è triplice:
- attentatori suicidi in cerca di obiettivi (il 14 gennaio si sono fatti esplodere nel Kabul Serena Hotel, l'albergo dei giornalisti e delle delegazioni: sei morti e sei feriti). - bande pronte a rapire gli occidentali, per poi rivenderli ai talebani (il pericolo è maggiore al sud, dove è stato sequestrato Daniele Mastrogiacomo). - ordigni esplosivi improvvisati e telecomandati, che sono già costati la vita ai nostri soldati (sono 12 quelli caduti in Afghanistan).
Come siamo arrivati a questo punto? Cosa succede? Succede questo: i talebani vogliono tornare al potere. Sono stati cacciati nel 2001, dopo anni di regime maniacale in cui l'alleato Al Qaida ha potuto usare l'Afghanistan come centro d'addestramento e rampa di lancio, arrivando a colpire l'America. Fino al 2006 sembrava che l'intervento Nato/ISAF (International Security Assistance Force) a sostegno del governo afghano fosse bene accolto dalla popolazione, anche perché unito a grandi spese e a grandi sforzi. Il quarto Paese più povero al mondo - e si vede - è stato diviso in PRT (Provincial Reconstruction Teams): noi italiani, per esempio, ci occupiamo di Herat, a ovest. E siamo presenti anche nell'area della capitale.
Due anni fa, le cose si sono complicate. Ci sono stati incidenti che hanno coinvolto civili; è aumentato l'andirivieni dal Pakistan di armi e malintenzionati; la società tribale ha mantenuto i sospetti verso la modernità; i pashtun, l'etnia maggioritaria in Afghanistan, non amano, da sempre, gli stranieri in casa. Per questo, coi soldi americani, combatterono i sovietici (1979-1989). Seguirono l'interregno (1989-1992) del fantoccio Najibullah, finito impiccato a un lampione; i massacri tra mujaheddin (1992-1996); cinque anni di buio talebano (1996-2001); e infine l'intervento occidentale, sotto le bandiere NATO (2001-2008).
Fin qui la storia: e non potevamo esimerci (per saperne di più, consiglio Afghanistan, di Emanuele Giordana, Ed. Riuniti 2007) Ma i viaggi servono per mettere facce di fianco ai nomi, immagini sopra le date, fatti davanti alle polemiche. Avete in mente la discussione sulle regole d'ingaggio? Si tratta di questo, sostanzialmente. Per intervenire in zone diverse da quelle assegnate - al sud, per esempio, controllato (si fa per dire) da americani, inglesi e canadesi - i nostri militari hanno bisogno di un preavviso di 72 ore, il che rende la cosa impraticabile. Tendono anche a non prendere prigionieri, non potendoli consegnare alle autorità afghane, quand'è prevista la pena di morte. Ma se qualcuno "manifesta chiare intenzioni ostili", i soldati italiani possono reagire: non devono aspettare che gli sparino addosso.
Questo dettaglio mi interessa, mentre sorvoliamo la periferia di Kabul a bordo un elicottero AB 212 Eco coi portelloni aperti, e due mitragliatrici puntate verso il terreno che corre (guarda il video). I campi si alzano verso le montagne; le case, viste in pianta, rivelano quello che i muri di fango vogliono nascondere: donne che lavorano, bambini che giocano, sole sui panni stesi. Il comandante del gruppo - 3 elicotteri, 65 persone - è un giovane tenente colonnello dell'aeronautica, Pierandrea Andriulli, che ha un sorriso da attore, un ufficio in un container e la foto della moglie sulla scrivania. Intorno a lui tutti sembrano sapere come muoversi. C'è una metodicità nei militari al lavoro che rassicura; pensare a quello che si deve fare, probabilmente. aiuta a dimenticare quello che potrebbe succedere.
Veniamo dalla valle di Musahi, dove siamo arrivati al mattino via terra, passando tra le montagne a sud-est di Kabul, dove si intravedono le postazioni sovietiche degli anni '80 - muri in rovina, buchi rotondi per terra, dall'aspetto vagamente alieno. Nei campi, chiazze bianche di vernice: lì le mine non dovrebbero esserci più. Viaggiamo su un VTLM (Veicolo Tattico Leggero Multiruolo), costruito dalla Iveco e ricercato da molti eserciti, perché resiste alla mine. Due anni fa il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli viaggiavano su questa strada, ma su un mezzo diverso: e purtroppo non ci sono più.
Partiamo alle 7. Brutto orario, lo chiamano "l'ora delle bombe": i kamikaze passano una notte insonne e devono agire subito, prima che cedano i nervi. Usciamo da Kabul, che guarda indifferente il passaggio di blindati, ormai parte del paesaggio da trent'anni: cambiano i colori, le bandiere e le intenzioni, ma c'è una stanchezza rassegnata, in certi sguardi, che non promette soluzioni vicine. Musahi è una valle strategica che controlla un accesso a Kabul. E' paludosa, insolitamente verde. S'era pensato di bonificarla, ma gli abitanti si sono opposti. Qua e là si vedono le tende dei nomadi Kuchi, che spesso vengono utilizzati dai talebani per portare armi dalle zone tribali del Pakistan, oltre il confine colabrodo. La polizia afghana compie educate ispezioni, e non sempre viene bene accolta.
La nostra base avanzata si chiama "Sterzing": battezzata dagli alpini di Vipiteno che l'hanno costruita. Un cartello presenta gli attuali padroni di casa, la XXII Compagnia "Impavida", una di quelle che non tornarono dalla Russia: con il suo sacrificio consentì la ritirata dell'Armir. La base sta di fianco alla scuola, uno dei "progetti infrastrutturali" affidati al colonnello Michele Risi del 2° Reggimento Alpini, comandante del contingente italiano a Kabul : un milione di euro da spendere, di cui 300mila raccolti a Cuneo, tra i sostenitori degli alpini. Oggi è giorno di vacanza e mancano gli scolari, ma mi assicurano che sono in molti; alcuni vengono facendosi tre ore di cammino. Ci sono solo alcuni ragazzini che arrivano dai villaggi vicini: sorridono con una pallone in mano, padroni dell'unico universo che conoscono.
Arriviamo mentre stanno fortificando la base contro gli attacchi col mortaio: sollevano grandi contenitori e li riempiono di terra e sassi. Ragazzi di tutte le regioni d'Italia lavorano ascoltando la musica. Giovanni Pezzo - un colonnello degli alpini, calmo e con la barba: sarebbe piaciuto a Mario Rigoni Stern - ricorda come anche i sovietici, ai tempi, si dessero da fare con la popolazione: non servì. Noi siamo più ricchi, più liberi e più generosi: ma dobbiamo fare bene e fare in fretta, in un Paese che fretta non ne ha mai. Il comandante Risi deve partecipare alle riunioni degli anziani, incontrare i capi della polizia, cercare di capire come le regole consuetudinarie del pashtunwali si concilino con le necessità di un esercito moderno. Alto, magro, ragionevole, un po' dandy: me lo vedo, tra barbe e turbanti.
La base avanzata è una piccola Fortezza Bastiani: solo che qui i tartari arrivano davvero. Dal dicembre 2007, 27 attacchi, di cui quattro gravi. Per lo più, colpi isolati: sparano e scappano, e fortunatamente hanno poca mira. Si conoscono i villaggi da cui provengono i talebani; si cerca di convincere gli abitanti a isolarli. Anche i cooperatori civili - che non possono operare senza copertura militare, ma coi militari non vogliono confondersi - sono molto attivi. In qualche zona - nel distretto di Surobi, verso Jalalabad, la zona dove è stata uccisa la nostra Maria Grazia Cutuli - s'è tentato di scambiare farina contro oppio e armi. L'iniziativa non è piaciuta agli inglesi, che però non hanno proposto molto altro.
Capisco che possa sembrare retorico, ma mi è capitato di pensare che, se gli italiani fossero tutti così, in Italia avremmo qualche problema in meno. Ne ho visti in Kosovo, in Libano, in Palestina. In queste giornate afghane ne ho incontrati tanti, in divisa e non: l'ufficiale dei carabinieri che ha comandato una compagnia ad Enna, e trova analogie tra i meccanismi mafiosi e quelli tribali; i carabinieri-paracadutisti del Tuscania, che mi accompagnano pazientemente dentro le Toyota color argento, slalomeggiando tra i blocchi di cemento, ormai parte del paesaggio di Kabul; le ragazze che lavorano in ambasciata, e accettano sorridendo la loro vita blindata; il professor M. che studia, impara e cerca di capire; i responsabili della cooperazione sanitaria, perplessi davanti ai dirigismi romani; il giovane anestesista di Emergency, soddisfatto delle apparecchiature che ha trovato nell'ospedale pieno di fiori. Entro in pediatria, vedo i disegni di Vauro sui muri e le giovani mamme si coprono coi lenzuoli.
Se pensiamo che tutti costoro non servano, ci sbagliano di grosso: c'è un fatalismo afghano che le armi, da sole, non sconfiggeranno mai. Una sera è arrivato il ministro degli esteri polacco, che ha raccolto gli ambasciatori della Nato, e mi ha chiesto di unirmi al gruppo. Si chiama Radek Sikorski: ci siamo conosciuti vent'ani fa a Varsavia, ha sposato la mia migliore amica americana, abbiamo trascorso vacanze insieme. Radek ha combattuto coi mujaheddin, da ragazzo: era l'unico modo, diceva, di combattere i russi. Dentro il ristorante Gandamack Lodge - un bunker deserto, dove le scorte armate sono cinque volte più numerose dei camerieri - parliamo dei carabinieri italiani, capaci di fare di tutto: dirigere il traffico, rispondere al fuoco e - perché no? - cucinare una pizza in Kabul.
E' stata, come dicevo, l'esca del Professor M. per attirarmi fin qui: e ho abboccato volentieri. A dire il vero, ancora non mi capacito: i soldati in missione chiedono e ottengono visite di giovani attrici, non di scrittori cinquantenni; e anche i pochi civili italiani in Afghanistan - diciamolo - meritavano di meglio. Ma l'invito dell'ambasciatore Sequi c'è stato, e io sono arrivato, per la 81esima Pizza Italians, una serie iniziata nel 1999. L'abbiamo divisa: una "pizza civile" in ambasciata, in un forno a legna costruito per l'occasione; e una "pizza militare" a Camp Invicta, la nostra base sulla strada per Jalalabad. Negli ultimi trent'anni ha visto passare di tutto: reclute sovietiche, bande di mujaheddin, milizie talebane, ora soldati Nato. Uno scrittore di Crema, probabilmente, mancava.
Bene: è andata, e ringrazio tutti. Succede d'essere orgogliosi di essere italiani: così, senza riserve. E' una sensazione insolita, ma non spiacevole.
(Beppe Severgnini)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

caro bianchini, ti dirò, questo è decisamente uno degli articoli più belli che hai pubblicato...finalmente, nonostante qualche tua ingiustificata presa di posizione, posso dirti BRAVO!

L.A.

Davide Bianchini ha detto...

Severgnini è una grandissima penna.