mercoledì 16 aprile 2008

Pena di morte, i dati di Amnesty sul 2007

da Lastampa.it
IL RAPPORTO DI AMNESTY
I top five della pena di morte: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Usa
Nel 2007 nel mondo giustiziate 1.250 persone. L'88% in questi cinque Paesi. Ma sono solo i dati ufficiali: secondo l'associazione Pechino da sola sarebbe responsabile di 8.000 esecuzioni

di Carla Reschia
Se 317 vi paiono pochi. Le autorità iraniane rispondono come segue al rapporto annuale di Amnesty sulla pena di morte nel mondo, che vede la repubblica islamica al secondo posto dopo la Cina: «Se in Iran vi è stato quel numero di esecuzioni - ha dichiarato Alireza Jamshidi, portavoce dell’Autorità giudiziaria - non lo so dire, ma il numero non è alto». Forse è vero, considerando che in Iran si viene giustiziati (spesso mediante impiccagione sulla pubblica piazza) per omicidio, violenza sessuale, adulterio, rapina a mano armata, spaccio di droga e apostasia, cioè conversione a una fede diversa dall'Islam.
Non è piacevole leggere il nuovo resoconto dell'associazione umanitaria, tanto più se si tiene presente che quello che Amnesty può registrare sono solo i dati ufficiali e cioè le esecuzioni che in qualche modo vengono rese note e che nei bracci della morte del mondo si trovano 27.500 prigionieri in attesa di esecuzione. Secondo il rapporto in totale nel mondo nel 2007 sono state giustiziate almeno 1.250 persone: in media 24 alla settimana. In questa civile competizione si è distinta la Cina, in testa con almeno 470 esecuzioni (ma il numero vero potrebbe essere di oltre ottomila secondo stime plausibili); segue l'Iran con 317,l'Arabia Saudita con 143, il Pakistan con 135 e, attenzione badate a questo dato prima di lanciarvi in considerazione sull'Islam, gli stati canaglia e i perversi effetti del capital-comunismo, gli Usa con 42. Numero tuttavia, concede Amnesty, inferiore a quello del 2006 e il più basso in assoluto degli ultimi 15 anni.
Tuttavia, il quadro d'insieme - proprio nell'anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione per porre fine all’uso della pena di morte - resta preoccupante perché non solo questi cinque "campioni" insieme hanno totalizzato l'88% delle condanne capitali globali, ma Amnesty ha registrato un incremento del numero di esecuzioni in Iran (317 contro 177 nel 2006), 143 in Arabia Saudita (contro 39) e Pakistan (135 contro 82).
Nel dettaglio poi l'’Arabia Saudita detiene il record del più alto numero di condanne a morte in rapporto alla popolazione, seguita dall'Iran e dalla Libia. Inoltre, in violazione del diritto internazionale, Arabia Saudita, Iran e Yemen hanno messo a morte imputati che al momento del reato avevano meno di 18 anni.
Un discorso a parte, stando il netto rifiuto di Amnesty verso la pena di morte in quanto tale, meritano poi le sue motivazioni. L'associazione umanitaria sottolinea che, nel 2007, molti Paesi hanno continuato a eseguire condanne capitali per reati comunemente non considerati tali o a seguito di procedure inique. In particolare Amnesty denuncia alcuni casi: a luglio, in Iran, Ja`far Kiani, padre di due figli, è stato lapidato per adulterio; a ottobre, in Corea del Nord, il manager 75enne di un'azienda è stato fucilato per non aver dichiarato le proprie origini familiari, aver investito i suoi risparmi nell'azienda, averne messo a capo i figli e aver fatto telefonate all'estero; a novembre, in Arabia Saudita, il cittadino egiziano Mustafa Ibrahim è stato decapitato per aver praticato la stregoneria.
Infine, il 25 settembre in Texas, Usa, Michael Richard è stato messo a morte dopo che la segreteria di un tribunale aveva rifiutato di prorogare l`orario di apertura di 15 minuti, per consentire il deposito di un appello basato sulla costituzionalità del metodo dell`iniezione letale. Gli avvocati di Richard avevano avvisato del ritardo a causa di un problema al computer. La Corte suprema federale ha rifiutato di sospendere l`esecuzione, nonostante qualche ora prima avesse deciso, accettando il ricorso di un condannato a morte del Kentucky, di riesaminare una questione analoga. Quella decisione ha poi causato una moratoria di fatto su tutte le esecuzioni che avrebbero dovuto aver luogo, negli Usa, con l`iniezione letale.
Un'attenzione particolare, nell'imminenza dei Gicohi olimpici concessi dietro la promessa di maggiore attenzione ai diritti umani, viene dedicata alla Cina. I dati forniti, se pure alti, sono, sottolinea Amnesty, del tutto ipotetici perché nella Repubblica popolare la pena di morte è un segreto di Stato. «Primo paese per le condanne a morte - ha sottolineato la direttrice dell’organizzazione per i diritti umani in Gran Bretagna, Kate Allen - la Cina ha la medaglia d’oro per le esecuzioni. Secondo stime attendibili mette a morte in segreto circa 22 detenuti al giorno. Da qui ai giochi olimpici, saranno stati 374». «Tutti coloro che saranno coinvolti nei Giochi - ha concluso - dovrebbero fare pressione sulla Cina affinchè riveli i numeri dell’uso della pena capitale, perchè riduca il numero dicirca 60 reati per cui è prevista, e si diriga verso l’abolizione».
Appello respinto subito al mittente. La Cina non ha in programma di abolire le pena di morte, ha ribadito la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Yu. Spiegando che «la maggior parte della popolazione non sarebbe d’ accordo». Del resto, ha garantito, la Cina «controlla strettamente» la pena di morte e che fa in modo che essa «sia usata in una piccola minoranza di casi estremamente seri».

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